Arti marziali

In questi ultimi tempi abbiamo assistito ad un continuo incremento nella diffusione del numero delle c.d. arti marziali e di discipline non ben definite e definibili che si possono collocare, con diverse sfumature, tra gli sport da combattimento e le attività c.d. “aerobiche” a scopo ricreativo e per il mantenimento della forma fisica in senso lato.

Innanzi tutto distinguiamo tre categorie:

  1. attività “aerobiche”: sono diverse espressioni di quella che si può definire con un’espressione che ormai sembra diventato obsoleto, “ginnastica a corpo libero”;

  2. sport da combattimento: sono discipline in cui si insegna a sostenere un confronto di tipo fisico e violento con un contendente;

  3. arti marziali: sono discipline il cui apprendimento implica la conoscenza di più componenti:

  • tecnici,

  • filosofici,

  • etico–morali,

  • energetici;


La componente tecnica altro non è, se non la corretta esecuzione di un movimento (velocità ed efficacia ottenute con il minor dispendio d’energia); questa componente è comune ad ogni pratica umana che si riassume nel vecchio adagio: "minimo sforzo, massima resa".

L’apprendimento della componente filosofica ed etico-morale è meno manifesta. Il maestro attraverso la metodologia d’allenamento e il modo di relazionare con gli allievi, indirizza gli stessi ad assumere un particolare comportamento se posti in determinate condizioni.

L’aspetto energetico è quello che si apprezza meno coscientemente: gli effetti trovano tanto riscontro nella vita quotidiana quanto più l’insegnamento e l’apprendimento ne sono consapevoli. Ciò che si vuole esprimere è che, anche se a livello non cosciente, la pratica delle arti marziali giova al corpo ed alla mente attraverso l’energia, e che i benefici, sia fisici sia psichici, sono conseguenza dell’armonizzazione a livello energetico della persona e non conseguenti alla sola attività fisica ed agli insegnamenti di carattere teorico e pratico.


Anticamente le arti marziali, oltre a rendere il praticante abile all’autodifesa, si ponevano da contraltare alla meditazione statica. La prima arte marziale sviluppatasi è, infatti, il kalari payat, che come tecnica di meditazione dinamica si affiancava allo yoga, che, come si sa, è pratica statica. Tali forme di meditazioni, sviluppando energie di qualità differenti – più sottili nella meditazione statica, con vibrazione più bassa in quella dinamica – diventano complementari nella formazione a livello energetico e psico/fisico del discepolo. Merita qui sottolineare che la meditazione non si compie con il cervello o con la mente, bensì con tutto il corpo energetico.


Le arti marziali si contrapponevano poi alle tecniche di guarigione chimico/energetiche e fisico/energetiche con la loro accezione fisico/energetica. Citiamo qualche esempio tra i più rappresentativi: il kalari payat, praticato in India, vedeva nell’ayur-veda la metodologia curativa nazionale; il kung-fu, disciplina cinese, sfruttava in parte i principi della medicina tradizionale locale (moxa, ago-puntura ecc.). Nacque poi il karate, rielaborazione nipponica del kung-fu, e, sempre il Giappone diede i natali allo shiatsu che si avvaleva dei principi della medicina tradizionale cinese. Karate e shiatsu che si praticano indossando il medesimo indumento: il gi (comunemente, ma erroneamente chiamato kimono).


Concludiamo con alcune considerazioni. Tutte le arti marziali, con qualche apprezzabile sfumatura, si fondano sulla stessa filosofia, che diventa modus vivendi d’ogni praticante: la massima espressione dell’arte marziale è riuscire a sviluppare la tecnica servendosi dell’energia attraverso il corpo fisico, il quale diventa semplice veicolo di conduzione. Ad alti livelli ogni arte marziale si equivale in efficacia dal punto di vista del combattimento, e dona pari benefici sul piano psico/fisico al praticante.

L’omissione nel citare in articolato i principi tecnici, filosofici, etico-morali ed energetici è voluta, necessitando la descrizione il tempo di una vita: è quanto richiede il percorso formativo di un marzialista; l’insegnamento e diffusione di tali principi sono responsabilità e prerogativa di ogni singolo maestro.


Nel mese di maggio 2004, questo articolo veniva pubblicato su una rivista gratuita, con inserzioni pubblicitarie, che veniva distribuita nelle palestre.Da allora sono passati un po’ di anni ed in questo periodo la pratica dell’Arhatic Yoga del nostro Guru G.M.C.K.S. ha influenzato la mia vita anche in questo ambito.Il profondo mutamento è avvenuto nel 2010, nel mese di maggio (…!), quando fui sottoposto ad un intervento al ginocchio che mi costrinse all’astensione agli allenamenti. Le giornate che passavo a casa in convalescenza, venivano per lo più occupate dalla pratica delle meditazioni e dalle terapie di Pranic Healing. Fu in quel periodo che sperimentai per le prime volte quattro ore di terapia consecutiva. Così, tra terapia e meditazione, passò circa un mese e mi preparai a tornare nel dojo.

Nello stesso periodo anche F. (unico tra tutti gli allievi che ancora condivide gli allenamenti con me) intensificò la pratica delle terapie in previsione dell’esame da Associated Pranic Healer.

Fummo sorpresi dal fatto che non eravamo più inclini come prima all’allenamento, addirittura una volta eravamo in palestra in tre (anche l’altro allievo era Pranic Healer) e ci sembrò di avere la sensazione di essere completamente estranei a ciò che si stesse praticando.Il nostro stupore raggiunse l’apice quando ad un seminario con più di 200 persone, in Lombardia, durante la pausa a metà mattinata, convenimmo che era impensabile passare tanto tempo e dedicare tanto studio e dedizione per trovare il modo migliore per … uccidere, poiché, in estrema sintesi, di questo si tratta.

Questi accadimenti mi turbarono non poco, poiché il karate faceva ormai parte integrante della mia vita e mai più avrei pensato di sentirmi un giorno in disarmonia con questa disciplina, ma sentivo di dover continuare…


Ad Agosto 2010 mi recai all’Ashram di Pune ed incontrai Master Hector. Acharya, da giovane era appassionato di arti marziali (tra l’altro la mamma di Master Hector è giapponese) ed un giorno, al termine della lezione, lo andai a salutare chiedendo se si ricordasse di me, dicendo che ero il ragazzo conosciuto in Italia che praticava arti marziali. Ci pensò un po’, poi mi disse che si ricordava e mi chiese a che livello di Arhatic fossi stato ammesso, dopo di che mi guardò e chiese: “Ma pratichi ancora karate?”. Gli dissi di sì e lui si mostro sorpreso ribattendo: “Ancora?”.

Rimasi un po’ sorpreso e scosso.Il giorno dopo, durante le lezioni Master Hector partecipò alle altre persone che ero un maestro di arti marziali ed un ragazzo olandese mi disse: “Sei tu il maestro di cui ha parlato l’anno scorso al corso di Arhatic preparatorio, quello che ancora pratica karate!” …!


Questa affermazione mi gettò nello sgomento. All’improvviso compresi e detti il giusto peso e significato alle resistenze ad andarmi ad allenare, al fatto di sentirmi fuori luogo durante i seminari, a sentirmi estraneo allo studio della tecnica marziale.Raccontai tutto a F. che mi disse:”Ma non ti ricordi che Maurizio ci aveva già detto tre anni fa che sarebbe successo?!” … “Si vede proprio che ciò che non fa comodo sentire non si sente!” ribattei.Così, non soddisfatto, il settembre successivo parlai con Master Daniel, in occasione dei corsi. Gli manifestai il mio turbamento e gli chiesi conforto, se fosse giusto o sbagliato continuare la pratica. Master Daniel fu molto dolce e mi ricordò le scene di un paio di film in cui i maestri descrivevano qual fosse la vera essenza dell’arte marziale e mi disse che si poteva conciliare con la pratica del Pranic Healing e dell’Arhatic Yoga, entro certi limiti, ovviamente.

Passò un anno a trovai un certo equilibrio, non senza particolari sforzi. Rincontrai Master Daniel e gli dissi, felice, che ero riuscito ad estrarre dall’insegnamento del karate i principi del raggiungimento della perfezione della tecnica, l’ottimizzazione della pulizia dei meridiani, la costruzione della forza interiore, la metabolizzazione a livello fisico dell’energia spirituale. Lui mi chiese: “Ora com’è l’energia?”, gli dissi: “ Più sottile, più leggera, i chakra non si congestionano più con un basso emozionale pesante come prima.” “Certo,” aggiunsi “ora ci si astiene dal confronto fisico a certi livelli, e non si può più praticare con chiunque, quando siamo ai raduni.”

Master Daniel disse che ci eravamo mossi nella direzione giusta.


La conclusione a cui sono giunto dopo questi due anni è che in tutti i film quando il maestro comprende la vera essenza dell’arte marziale, poi si ritira sulla cima di una montagna e gode della sua illuminazione, mentre tutti gli allievi restano giù a combattere, sfidarsi ed a uccidere. Questo invece sarebbe il momento di cominciare ad insegnare: insegnare un nuovo concetto di arte marziale, non meno fisicamente impegnativo, non svilente del bagaglio tecnico frutto di milleni di studio incessante, ma volto ad una realizzazione interiore differente, in cui la competizione sia sostituita con lo stimolo ed il sostegno dei meno forti, i quali perciò devono impegnarsi ancor di più. Sarebbe auspicabile l’organizzazione di competizioni dove il risultato più ambito sia l’autocontrollo ed il confronto fisico limitato a prove di maestria, e così via. Si dovrebbe consentire solo ai migliori, a chi fosse pronto, di misurarsi in un combattimento in cui si eviti completamente il rischio di offendere il contendente. Chissà se, tra altri duemila anni, gli odierni combattimenti di boxe (o valetudo) saranno considerati alla stregua dei giochi nell’arena.


Forse, per concludere, la pratica simultanea delle varie discipline insieme al Pranic Healing e all’Arhatic Yoga porterà in diversi campi una sorta di innalzamento ad un livello superiore di molte tecniche, conservandone la tradizione, ma rendendole compatibili alla fruizione da parte dell’essere umano che intanto si svilupperà spiritualmente e che giungerà alla prossima epoca aurea tra circa 10.500 anni … sembrano tanti, ma c’è molto lavoro da fare e tutti i Pranic Healer ed Arhatic Yoghi sono le anime che favorisco, sostengono e, forse, rendono possibile questo processo.


Grazie Master.

Uno studente

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